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Le iene, 12 maggio 2008.
Leetah, 21 maggio 2007.
(in questo momento mi sono appena alitata sulle unghie e me le sto strofinando sulla maglia, anche se non ho mai capito bene che cavolo di senso abbia. C’è forse un’equazione che ignoro tra prestigio sociale e lucidità delle unghie? Dite che se inizio ad andare dalla manicure mi si raddoppia lo stipendio?)
Le nuvole di gambero mi fregavano sempre, al cinese. Una quindicina di anni fa, quando i primi ristoranti “Al drago d’oro” o “Il giardino di giada” (o “Il giardino d’oro”, o “Il drago di giada”) hanno fatto la loro rivoluzionaria ed economica comparsa in terra friulana, mi è capitato almeno due volte di leggere il menu e restare affascinata da quel nome.
Così, ordinavo le nuvole di gambero, lasciavo fluire i miei succhi gastrici in attesa di qualcosa che mi immaginavo essere una sorta di morbido soufflè, e quando il cameriere arrivava con delle patatine fritte anemiche chiedendo chi le aveva ordinate, negavo sempre. Sì, perché le nuvole di gambero sono in realtà delle dixi al formaggio senza formaggio. E con una buona approssimazione, anche la quantità di gamberi dentro una nuvola di gambero è suppergiù uguale alla quantità di formaggio in una dixi al formaggio (o alla quantità di patata in una Pringles, se vogliamo).
Solo che probabilmente oltre all’essenza di ricordo di estratto di elementi di gambero, tra gli ingredienti delle nuvole ci dev’essere anche qualche frammento di caramella cancellina di Paperinik, perché la volta successiva ci ricascavo di nuovo: leggevo il nome, ordinavo e rimanevo fregata.
Non sono mai stata, intendiamoci, particolarmente sospettosa sugli ingredienti. Anzi, ho sempre sperato che mi rimanesse il famoso osso di pollo incastrato tra i denti, per farlo analizzare come nella leggenda metropolitana e dimostrare che non si trattava affatto di topo (magari di nonno Chow Chow Ying Yang, che poi ha passato il passaporto a un altro che gli somigliava, ma non di un topo), però sì, su quelle benedette nuvole ammetto di interrogarmi da sempre. Quella mia prima volta al cinese ho pensato che fossero una sorta di gambero soffiato, un pop corn di gambero. Poi sono passata all’ipotesi “Dixi schiacciate da piedi non lavati”.
La mia teoria attuale è che siano tutte cucite a mano dai gamberetti più giovani.
È nata Mya, la figlia di Alessia Mancini e Flavio Montrucchio.
Grande attesa per l’arrivo dei suoi futuri fratellini: Joi e Steel.
Uno:

E due:

Dev’essere dura la selezione dei giornalisti per il C’orriere d’ella S’era.
EDIT: Qualcuno se ne è reso conto e ha corretto, ma io ho le prove.
Io amo l’inglese. Ci frequentiamo così, senza impegno, e dopo tanti anni non posso certo dire di conoscerlo profondamente, ma lo amo lo stesso.
Lo amo (ma sarebbe più giusto dire che lo desidero) tutte le volte che scrivo la sceneggiatura di uno spot, ad esempio. In particolare, quando la scena da descrivere inizia con qualcuno che se ne sta in piedi da qualche parte, mettiamo, che ne so, davanti alla porta di casa.
E allora:
Esterno giorno. Tizio sta in piedi davanti alla porta di casa.
Lo capite che fa schifo, vero?
Oppure:
Esterno giorno. Tizio è davanti alla porta di casa.
Se possibile, ancora peggio.
Certo, ci sarebbe la soluzione semplice:
Esterno giorno. Tizio sta davanti alla porta di casa.
Però capite, è un po' dialettale. E anche meno preciso. Cioè: Tizio potrebbe pure stare seduto.
E allora scatta la parafrasi, o il mix della frase con quella successiva. Tipo:
Esterno giorno. Vediamo Tizio, in piedi, davanti alla porta di casa.
Oppure:
Esterno giorno. In piedi davanti alla porta di casa, Tizio si sta scaccolando il naso.
Ma c’è sempre quel senso di frustrazione. Perché se fossi inglese potrei usare il verbo “to stand”, capite? Ma perché Dante non si è inventato un verbo che da solo significasse “stare in piedi”?
Ecco perché amo l’inglese. Ecco perché certi giorni, nonostante la pioggia e il freddo e il cibo scadente e la guida dalla parte sbagliata, io vorrei essere inglese, così potrei finalmente usare un verbo intelligente come “to stand”.
Anche se, lo ammetto, pure ”to bo-duke it” mi tenta un po’.
Sono abbastanza convinta che la chiamata pedonale ai semafori (sì, quella in cui generalmente qualcuno con un pennarello indelebile cambia sempre la M in V) sia sostanzialmente un placebo.
In vita mia ne ho viste un paio che funzionavano davvero: tu premevi il pulsante, e zac!, immediatamente scattava l’arancione per le macchine. Ma tutte le altre no, ne sono certa, erano perfettamente inutili.
Un giorno voglio andare a un semaforo, cronometrare la durata del verde per i veicoli con e senza chiamata pedonale e vedere che succede. Io, nel dubbio, il pulsante lo premo sempre, in realtà. Non si sa mai. Però diciamo che lo faccio con lo stesso spirito con cui gratto le cartoline gratta e vinci che ti danno in omaggio ogni dieci euro di spesa: insomma, ho smesso di crederci.
Penso che quel pulsante abbia la stessa funzione dello specchio negli ascensori. No, non nel senso che così ci si schiaccia i brufoli al semaforo, nel senso che fa passare il tempo un po’ più in fretta. Il pulsante ti coinvolge, ti fa credere di avere un ruolo in tutta questa storia di luci che si accendono e si spengono, ti fa sentire importante e così tu ti convinci che l’omino verde si illumini prima, grazie a te. Come la pastiglia di farina che solo perché hai fatto lo sforzo di mandarla giù ti fa passare il mal di testa.
Un’illusione innocente, in fondo. Voglio dire: se avessero scelto un rimedio omeopatico, uno doveva buttarsi sotto una macchina, per far scattare il verde.
Da un adesivo sulla porta di un B&B (anzi, per l'esattezza solo B) di Lucca:
"Taxi: 0583 xxxxxx. Driver speak english"
(Ies. Veri uell.)
Perché mai Max Pezzali abbia deciso di scrivere un libro è una domanda che ci facciamo un po’ tutti, ma quello che conta è che gliel’abbia fatta il giornalista che l'ha intervistato.
E la risposta è che è naturale sentire il desiderio di uno spazio più libero per esprimersi “dopo che per anni sei stato costretto a rispettare misure, battute e strofe”.
Ohpporcaputtana. Ma vuoi vedere che gli accenti sbagliati in realtà li ha sempre messi apposta?
Me li ricordo, i primi pantaloni che non sono riuscita più a infilarmi. Escludendo quelli che non mi stavano più perché ero cresciuta in altezza, intendo.
Avevo 16 anni, portavo la 42 e loro erano degli shorts fucsia che mi piacevano tanto e che avevo comprato tipo tre anni prima. Erano degli shorts, ripeto, quindi non avevo neanche la scusa del “non me li posso più mettere perché mi stanno corti”. Stare corti era un po’ lo scopo della loro vita, diciamo, però c’era da considerare anche lo scopo del loro bottone, che fondamentalmente era quello di stare allacciato, e invece non si allacciava più.
Poi a vent’anni è stata la volta di un paio di capri (sì, corti pure questi, quindi non c’era dubbio: lo sviluppo era stato in senso orizzontale), e ad arrendersi fu la cerniera. Però portavo ancora la 42, 44 al massimo.
Ieri ho dovuto tristemente riappendere un paio di jeans nell’armadio (non so perché, esattamente, io li riappenda nell’armadio anziché infilarli direttamente nel cassonetto della Caritas. Credo sia una forma di ottimismo). Porto una taglia che è più spesso 44 che 42, ma si può ancora definire intermedia.
Mediamente, ho calcolato, mi allargo a sufficienza da dover cambiare guardaroba ogni 4 anni, ma aumento di una taglia ogni 15. Misteri della moda. Ad occhio e croce, prima dei 50 anni diventerò Platinette, ma con la 46.
Dunque. C'era Wittgenstein, il blog di Luca Sofri, che non aveva i commenti, e allora qualcuno, che non è Luca Sofri, ha aperto Commenstein, un blog di soli commenti al blog di Luca Sofri.
Ora, essendo questo un blog totalmente privo di contenuti, ma con un tot di commentatori brillanti e simpatici, chi è che si offre di aprire YourPod e trovare qualcosa di intelligente da dire, ché qui ci lasciamo i commentatori e basta?
>Friends
(Marta Kauffman, David Crane)
>Desperate housewives
(Marc Cherry, Charles Pratt)
>Ally McBeal
(David E. Kelley)
>Quantum Leap
(Donald P. Bellisario)
>Dr House
(David Shore, Bryan Singer)
>Lost
(J. J. Abrams)
>La finestra sul cortile
(Alfred Hitchcock)
>Big fish
(Tim Burton)
>American Beauty
(Sam Mendes)
>La finestra di fronte
(Ferzan Ozpetek)
>Harry ti presento Sally
(Rob Reiner)
>Ritorno al futuro I, II e III
(Robert Zemeckis)
>Guida galattica per autostoppisti
(Garth Jennings)
>Shrek I e II
(Dreamworks)
>Kill Bill I
(Quentin Tarantino)
>Il favoloso mondo di Amélie
(Jean-Pierre Jeunet)
>Match Point
(Woody Allen)
>Le correzioni
(Jonathan Franzen)
>Come diventare buoni
(Nick Hornby)
>Arrivederci piccole donne
(Marcela Serrano)
>Presagio triste
(Banana Yoshimoto)
>La variante di Luneburg
(Paolo Maurensig)
>La versione di Barney
(Mordecai Richler)
>Dolce come il cioccolato
(Laura Esquivel)
>Donna per caso
(Jonathan Coe)
>Guida galattica per gli autostoppisti
(Douglas Adams)
>Questa storia
(Alessandro Baricco)