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Grandi novità in edicola: è nato Woman Health & Fitness.
In copertina, sul numero di lancio di marzo:
- Seducilo con lo strip;
- Tre mosse per ridare energia al tuo corpo;
- In forma. 12 pagine:
pilates, yoga, ginnastica;
- Sesso: i bottoni del piacere.
Finalmente anche le donne hanno il loro mensile maschile.
Uno:

E due:

Dev’essere dura la selezione dei giornalisti per il C’orriere d’ella S’era.
EDIT: Qualcuno se ne è reso conto e ha corretto, ma io ho le prove.
Io amo l’inglese. Ci frequentiamo così, senza impegno, e dopo tanti anni non posso certo dire di conoscerlo profondamente, ma lo amo lo stesso.
Lo amo (ma sarebbe più giusto dire che lo desidero) tutte le volte che scrivo la sceneggiatura di uno spot, ad esempio. In particolare, quando la scena da descrivere inizia con qualcuno che se ne sta in piedi da qualche parte, mettiamo, che ne so, davanti alla porta di casa.
E allora:
Esterno giorno. Tizio sta in piedi davanti alla porta di casa.
Lo capite che fa schifo, vero?
Oppure:
Esterno giorno. Tizio è davanti alla porta di casa.
Se possibile, ancora peggio.
Certo, ci sarebbe la soluzione semplice:
Esterno giorno. Tizio sta davanti alla porta di casa.
Però capite, è un po' dialettale. E anche meno preciso. Cioè: Tizio potrebbe pure stare seduto.
E allora scatta la parafrasi, o il mix della frase con quella successiva. Tipo:
Esterno giorno. Vediamo Tizio, in piedi, davanti alla porta di casa.
Oppure:
Esterno giorno. In piedi davanti alla porta di casa, Tizio si sta scaccolando il naso.
Ma c’è sempre quel senso di frustrazione. Perché se fossi inglese potrei usare il verbo “to stand”, capite? Ma perché Dante non si è inventato un verbo che da solo significasse “stare in piedi”?
Ecco perché amo l’inglese. Ecco perché certi giorni, nonostante la pioggia e il freddo e il cibo scadente e la guida dalla parte sbagliata, io vorrei essere inglese, così potrei finalmente usare un verbo intelligente come “to stand”.
Anche se, lo ammetto, pure ”to bo-duke it” mi tenta un po’.
Da un adesivo sulla porta di un B&B (anzi, per l'esattezza solo B) di Lucca:
"Taxi: 0583 xxxxxx. Driver speak english"
(Ies. Veri uell.)
Perché mai Max Pezzali abbia deciso di scrivere un libro è una domanda che ci facciamo un po’ tutti, ma quello che conta è che gliel’abbia fatta il giornalista che l'ha intervistato.
E la risposta è che è naturale sentire il desiderio di uno spazio più libero per esprimersi “dopo che per anni sei stato costretto a rispettare misure, battute e strofe”.
Ohpporcaputtana. Ma vuoi vedere che gli accenti sbagliati in realtà li ha sempre messi apposta?
In genere uno si deve leggere tutta una recensione da cima a fondo per capire se a chi scrive, il libro è piaciuto o meno. Anzi, a volte sospetto che lo faccia pure un po’ apposta, quello che scrive. Dovrebbero rendere obbligatorie per legge le stelline di gradimento, dico io, così prima di metterti a leggere capisci dov’è che vuole andare a parare, un po’ come con le ricette, che se vedi che c’è il lievito tra gli ingredienti già ti prepari spiritualmente ad accendere il forno.
Quindi, per facilitarvi la vita, metto subito in chiaro quello che voglio dirvi su questo libro: leggetelo.
Leggetelo perché poi potrete raccontare in giro che la parola “wow” è entrata nella lingua italiana grazie a Happy Days. A dire il vero, ora che ci penso, adesso che l’avete letto su questo post potrete raccontarlo lo stesso.
Vabbe’, allora leggetelo perché così scoprirete (o vi ricorderete) che Mork & Mindy è nato proprio come spin-off di Happy Days. Oh, oh: l’ho fatto di nuovo.
Mettiamola così: leggetelo perché se anche voi, guardando l’ultima puntata di Ally McBeal, avete pensato che non doveva finire così, be’, vedrete che anche l’autore la pensava allo stesso modo (almeno stavolta non vi ho raccontato qual era il finale alternativo, no?).
E leggetelo perché poi non vi sentirete più così idioti quando vi rifiuterete di uscire perché quella sera c’è Lost. Anzi, regalatelo anche all’amico che vi chiedeva di uscire, così non vi troverete più nemmeno nell’imbarazzo di rifiutare.
Soprattutto, leggetelo per contare quante volte c’è scritto che una rete televisiva ha lanciato un programma molto innovativo perché aveva bisogno di aumentare gli ascolti. E ripensate a quel numero ogni volta che qualcuno vi dice che siamo migliori degli americani.
Ce l’avete presente quella professoressa stronza che al liceo non sopportavate e che però tutti vi dicevano “ascoltala che da lei imparerai tanto” e alla fine succede che vi brucia ammetterlo ma cavoli, quei tutti avevano ragione?
Ecco, quella mi mise sei in un compito di italiano, una volta. C’era una frase nominale, senza verbo, nel mio tema. Come questa. Vi sembra tanto grave? Ecco, lei mi mise sei, invece. E disse che prima di piegare le regole della grammatica dovevo imparare a sottomettermici (non disse “sottomettertici”, ovviamente. Nessun umano pronuncerebbe mai la parola “sottomettertici”. È che adesso non mi viene in mente cosa disse davvero).
E alla fine, mi brucia ammetterlo, ma cavoli, aveva ragione lei.
Ecco, io credo che David Foster Wallace abbia avuto una professoressa così, e deve averla odiata tanto, e io adesso sono grata non solo alla mia, di professoressa stronza, ma pure a quella di David Foster Wallace, perché se lei non ci fosse stata io non credo che avrebbe scritto questo libro, lui.
Il fatto è che a chi legge non gliene frega un granché del fatto che una rivista gli abbia commissionato un reportage sulla vita nelle crociere extra-lusso, e neanche di come sia poi effettivamente la vita nelle crociere extra-lusso, per quanto, sì, l’ironia, la verve comica, insomma, queste cose ci sono, nel libro.
Il fatto è che a leggere “A Supposedly Fun Thing I'll Never Do Again” (perché ci abbiano tolto il Supposedly, dal titolo italiano, rimane un mistero) si torna un po’ bambini, a quando la mamma ti diceva “torna a casa”, tu chiedevi “dieci minuti” e quei dieci minuti diventavano tredici. Non dico mezz’ora, ecco, ma tredici minuti sì.
Il fatto è che a pagina 17 lui racconta una cosa che conferma esattamente un’opinione che aveva espresso poche righe prima, e si prende la briga di mettere una nota a piè di pagina solo per scrivere “Visto?”.
Il fatto è che a pagina 22 lui accenna a una cosa e poi ci mette una nota e tu ti aspetti che lì ci sia tutta la spiegazione e invece c’è scritto solo “È una storia lunga, non ne vale la pena”.
Il fatto è che a pagina 62 lui mette addirittura due note su una stessa parola e poco dopo riesce a mettere una nota dentro un’altra nota (io ho sempre sognato di farlo con le parentesi, solo che la regola vorrebbe che in italiano ci fossero le quadre, dentro le tonde, e a me che ho fatto lo scientifico le quadre dentro le tonde proprio non vanno giù).
Il fatto è che adesso penserete che il libro vale la pena leggerlo solo per le note, e invece no, non scherziamo, perché oltre a tutto questo lavoro catartico che fa sulle regole linguistiche c’è di bello che in “A Supposedly Fun Thing I'll Never Do Again” David Foster Wallace è un po’ Zeno Cosini, che dice “ma certo che voglio smettere di fumare” e invece no che non lo vuole, e in pratica mente a se stesso continuamente, solo che non riesce a credersi e allora lo si capisce, che sta mentendo.
Insomma, prendete e leggetene tutti. Perché anche se non l’avete ancora fatto, poi la perdonerete anche voi, la vostra professoressa stronza.
Sarà il mio animo friulano & sparagnino, sarà la mia coscienza antispreco (o più probabilmente sarà l’entità del mio stipendio paragonata a quella del mio affitto), ma quando mi trovo davanti a un articolo che promette utili consigli per risparmiare, mi ci fiondo come una gemella Cappa davanti a una telecamera.
Oggi è stata la volta della presentazione sul Corriere di una presentazione sul Daily Mirror di un libro inglese (in pratica, cioè, dice il Corriere, un tipo mi ha detto che conosce un altro tipo che cioè ha scritto un libro). Che a pensarci bene, già il giornalista del Corriere è entrato nello spirito giusto e ha risparmiato tempo e soldi leggendosi direttamente il Daily Mirror ed evitando di comprare il libro. Comunque, sull’articolo del Corriere ispirato dall’articolo sul Daily Mirror ci sono anche alcune interessanti anticipazioni.
Ad esempio, il consiglio numero 6: “Usate grucce da cappotti come spiedini per il barbecue”. Oltre a risparmiare il costo degli spiedini, delizierete i vostri invitati con un’ottima grigliata alla naftalina.
O il consiglio numero 12: “Usate della lozione per bambini come struccante. In alternativa, una pappetta formata da olio, maionese, yogurt, uovo, cetriolo schiacciato e pomodoro”. Lo struccante scade dopo almeno un anno dall’apertura e questa roba dopo due giorni già puzza, per cui, giustamente, all’occhio ingenuo potrebbe sembrare in realtà una soluzione molto poco economica. In realtà, l’effetto struccante non è quello ottenuto dalla pappetta, ma dal vomito che vi procurerà spalmandovela in faccia. Vomito che, naturalmente, uscirà ancora più copioso dopo la scadenza della medesima.
Segue a ruota il 13: “Il miele è perfetto per calmare la pelle irritata dal rasoio”. Soprattutto, le mosche che vi resteranno appiccicate alla faccia per tutto il giorno, copriranno perfettamente tagli e arrossamenti dovuti alla rasatura.
Qualche dubbio mi rimane sul 18: “Se avete bollito troppa acqua, non gettate quella che avanza ma usatela per uccidere le erbacce del giardino”. Devo muovermi prima che l’acqua smetta di bollire, suppongo: l’acqua fredda non mi risulta essere un diserbante particolarmente efficace. Ma soprattutto: l’acqua bollente saprà distinguere la gramigna da un geranio?
La verità è un’altra, credo, e mi appare lampante già quando arrivo al consiglio 17 (“Se fumate, coltivatevi da soli il tabacco”): qualcosa mi dice che prima di mettersi a scrivere, gli autori del simpatico vademecum lo abbiano sfruttato in tutte le sue potenzialità.
Non mi è mai stata chiara la massima “meglio avere il culo gelato che un gelato nel culo”. Voglio dire: non c’è una reale alternativa tra le due cose.
Se io dico “meglio soli che male accompagnati”, intendo dire che con certe persone è meglio non andare in giro. E se i tuoi amici sono tutti “certe persone”, le cose sono due: o giri con loro, o giri solo.
Se, citando e traducendo il mio motto friulano preferito, dico “meglio pane senza niente che niente senza pane”, intendo dire che se non hai anche del salame, puoi fare solo due cose: mangiare il pane da solo o non mangiare affatto.
Ma se io mi sveglio con un gelato nel culo, che mi sembra peraltro un’eventualità decisamente poco probabile, non posso certamente dire “mannaggia a me, mi fossi accontentata di avere il culo gelato, adesso non mi troverei in questa situazione così imbarazzante.
Me l’aveva scritta qualcuno sul diario del liceo, quella frase, probabilmente vicino a un’altra classica frase che non ho mai capito bene: “Se ami qualcuno lascialo libero. Se torna da te, sarà tuo per sempre. Se non torna, non lo è mai stato”. Cioè: in cosa consisteva, esattamente, questo “lascialo libero”? Forse decidere di essere una coppia aperta io-mi-faccio-chi-voglio-tu-ti-fai-chi-vuoi? Oppure lasciarlo e vedere se ti implora di tornare insieme? E se poi non lo fa solo per paura di un tuo ulteriore rifiuto? E se lui in realtà ti amava ma è troppo orgoglioso per implorarti? E poi, “lascialo libero” presuppone che normalmente non lo sia, e che generalmente un rapporto consista, che ne so, nell’ammanettare il tuo lui in una capanna sull’Aspromonte e scattargli ogni tanto qualche foto con un quotidiano in mano.
In realtà ho sempre immaginato la cosa come una campagna a favore dell’abbandono di cani sull’autostrada: tu leghi il tuo ragazzo al guardrail e se lui riesce a liberarsi e trovare la strada di casa tipo tornaacasalassie, te lo sposi.
Ma vabbe’, tanto non avevo nessuno da abbandonare, quando mi scrissero quella cosa sul diario del liceo. E anche adesso, in fondo, D. lo lascio liberissimo, credetemi: dopo aver fatto la spesa, lavato i piatti e stirato le sue camicie, può fare esattamente quello che vuole.
Gioia & tripudio: è nato Gals magazine, il mensile per teenagers di cui tutti sentivamo la mancanza.
(A proposito, ma Cioè esiste ancora? Lo storico Cioè, il nostro corso di educazione sessuale a fascicoli settimanali. La fonte di mille equivoci sul gergo giovanile. Non l’avete mai capito? Quando una ragazza diceva “Sì… cioè… dice che si sono sciorti i teik deth”, stava semplicemente citando le fonti: “L’odierna edizione del mio settimanale preferito mi ha testé annunciato l’ingloriosa fine della nota boy band”.)
Vabbe’, cioè, ‘nzomma.
Adesso c’è Gals magazine, che nel primo numero regala un poster di Riccardo Scamarcio a grandezza naturale. Come cambiano i tempi, però. Pensate alle copertine adesive da cui staccavamo quelle minuscole foto sgranate. Non c’è che dire: il realismo dei gadget ha raggiunto livelli inarrivabili, adesso. Ora, lasciate stare per un attimo la bidimensionalità del poster: anche quanto a capacità recitative, è proprio come mettersi in casa lo Scamarcio vero.
>Friends
(Marta Kauffman, David Crane)
>Desperate housewives
(Marc Cherry, Charles Pratt)
>Ally McBeal
(David E. Kelley)
>Quantum Leap
(Donald P. Bellisario)
>Dr House
(David Shore, Bryan Singer)
>Lost
(J. J. Abrams)
>La finestra sul cortile
(Alfred Hitchcock)
>Big fish
(Tim Burton)
>American Beauty
(Sam Mendes)
>La finestra di fronte
(Ferzan Ozpetek)
>Harry ti presento Sally
(Rob Reiner)
>Ritorno al futuro I, II e III
(Robert Zemeckis)
>Guida galattica per autostoppisti
(Garth Jennings)
>Shrek I e II
(Dreamworks)
>Kill Bill I
(Quentin Tarantino)
>Il favoloso mondo di Amélie
(Jean-Pierre Jeunet)
>Match Point
(Woody Allen)
>Le correzioni
(Jonathan Franzen)
>Come diventare buoni
(Nick Hornby)
>Arrivederci piccole donne
(Marcela Serrano)
>Presagio triste
(Banana Yoshimoto)
>La variante di Luneburg
(Paolo Maurensig)
>La versione di Barney
(Mordecai Richler)
>Dolce come il cioccolato
(Laura Esquivel)
>Donna per caso
(Jonathan Coe)
>Guida galattica per gli autostoppisti
(Douglas Adams)
>Questa storia
(Alessandro Baricco)